Aporia

Aporia

L’opera nasce dall’osservazione del cielo, uno sguardo che si perde nell'infinito fino a farsi Aporia:
 il pensiero che non può contenere l'immenso restando sospeso in un dubbio insolubile.
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E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto,
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

-Giovanni Pascoli

L’attenzione a questi eventi meteorologici è inoltre dovuta ad una mia condizione passata di infiammazione cronica oculare che tra i 16 e i 20 anni mi affliggeva, causandomi una rilevante fotofobia.
Si trattava di una congiuntivite che mi rese ipersensibile alla luce, obbligandomi ad utilizzare immunosoppressori e cortisonici quotidianamente ed ad indossare degli occhiali con lenti antiriflesso.

Nel mio lavoro tutto ciò innesca un ragionamento sulla luce e sulle dinamiche celesti, con l’intento di registrare eventi che erano per me dannosi.


La luce non era più un mezzo che mi permetteva di rilevare  l’ambiente, ma ciò che lo metteva in crisi, evidenziandone l'imprevedibilità.

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Tutto è in continuo mutamento: siamo inseriti in un sistema entropico e dinamico, ciò che osserviamo è un istante di un processo più ampio, una variazione temporanea in un sistema vivo ed interconnesso.
L’interesse emerge quando l’energia della natura, visibile solo per un attimo, ci costringe a percepire la sua potenza e la nostra partecipazione a un mondo più grande. L’osservazione si confronta con la sensazione di una forza che eccede al controllo, e nello stesso tempo ne riconosce la bellezza, la struttura e le corrispondenze.